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Copertina SW 2007Il rapporto Social Watch 2007, “Diritti e dignità. Come rendere reale il diritto universale alla sicurezza sociale”, offre una panoramica approfondita dei sistemi di sicurezza e protezione sociale nel mondo.  Metà della popolazione mondiale è totalmente esclusa da qualsiasi forma di protezione sociale e nei paesi meno sviluppati dell'Africa sub-sahariana e dell'Est asiatico appena il 10% della popolazione ha accesso a una copertura o assistenza sociale. Solo il 20% della popolazione mondiale ne gode a pieno titolo.

Puoi scaricare una sintesi in italiano qui (pdf), realizzata in collaborazione con Valori.

La versione completa in inglese è disponibile qui.

I contenuti
Il rapporto 2007, oltre a 48 rapporti-paese elaborati dalle coalizioni membre della rete, include 13 studi tematici di esperti sul welfare e la sicurezza sociale, e uno studio globale basato su indici sviluppati dal Social Watch stesso: il BCI (Basic Capabilities Index – Indice di Capacità di base) e il GEI (Gender Equity Index – Indice di Equità di genere). Vi sono infine sezioni statistiche e analitiche su: Sicurezza alimentare, Educazione, Società dell'informazione, Spesa pubblica, Aiuto allo sviluppo, Ambiente, Salute ed Equità di genere.

Invece di aiutare i lavoratori ad assicurarsi una pensione - afferma il rapporto - i meccanismi finanziari internazionali sono oggi un ostacolo alla realizzazione del diritto umano universale alla sicurezza sociale, afferma il Social Watch. La denuncia della situazione è accompagnata da una serie di proposte per superarla.

 

“La questione è se un'esistenza globale civile sia possibile senza l'implementazione del diritto alla sicurezza sociale per tutti,” dice Roberto Bissio, coordinatore internazionale del Social Watch. Il termine “sicurezza sociale” ha significati diversi in regioni diverse del mondo. Per questo il rapporto lo affronta in senso ampio, raffrontando non solo i sistemi pensionistici, ma anche i servizi
sociali, sanitari, educativi, le politiche abitative e sul lavoro, includendo tutti quegli interventi pubblici che riducono il rischio sociale agli individui e alle comunità.

L'asimmetria delle differenti situazioni nel mondo è messa in evidenza: in gran parte dei paesi europei in transizione (ex URRS o Patto di Varsavia) la copertura assicurata varia dal 50% all'80%, mentre è molto più alta nell'Europa dei 25, anche se le politiche degli ultimi anni stanno invertendo la tendenza. In America Latina per alcuni paesi la situazione è peggiore: in Paraguay, per esempio, il 78,5% della popolazione non ha alcuna forma di protezione sociale e solo il 30% degli anziani riceve regolarmente una pensione. Nell'est e sudest asiatico, la situazione è estremamente variabile (ma con una tendenza al miglioramento), mentre in Africa sub-sahariana oltre il 90% della popolazione non ha copertura alcuna.

In molti paesi il dibattito sulla sicurezza sociale è intrinsecamente legato ai tentativi di costruire degli stati democratici. Il rapporto della regione araba sottolinea come “la sicurezza sociale dovrebbe essere percepita come parte di un sistema generale di strategie politiche, economiche, sociali e culturali che proteggano la sicurezza nazionale – inclusa la sicurezza umana e la stabilità politica nella società. La mancanza di libertà impedisce alle persone di associarsi, di sindacalizzarsi e di lottare per i loro diritti di sicurezza sociale.

Il diritto alla sicurezza sociale è stabilito in molti trattati, risoluzioni e convenzioni internazionali sui diritti umani. Ciò nonostante, anche dopo che i governi hanno ratificato queste convenzioni, tendono sempre più a trasferire le loro responsabilità sulla sicurezza sociale al settore privato, che evade dal controllo cittadino, o semplicemente abbandonale e smantellare i sistemi di welfare e l'erogazione di servizi sociali come l'assistenza sanitaria e l'educazione. Gli esempi a sostegno nel rapporto sono innumerevoli.

Nel rapporto della Romania, per esempio, si legge che “il settore informale è cresciuto significativamente e come risultato, mentre la forza lavoro era precedentemente coperta da forme pubbliche di sicurezza sociale e dalla rappresentanza sindacale, oggi moltissimi lavoratori non hanno alcuna protezione. Su una popolazione attiva di circa 10 milioni di persone, si stima che 1,2 milioni di lavoratori è impiegato nel settore informale non-agricolo” e che includendo il settore agricolo si arriva a circa un quinto dei cittadini che non hanno accesso a servizi sociali e pensione.

Oltre alla precarizzazione del lavoro e la crescente insicurezza sociale che ne deriva – tendenza generalizzata in gran parte dei paesi -  vi sono altri due fenomeni che il Social Watch analizza: le migrazioni e la situazione degli immigrati nel mondo e l'invecchiamento della popolazione in molte società.  “Come risultato dei movimenti migratori durante il XX secolo,” afferma il rapporto,  “ci sono oggi 191 milioni di persone (il 3% della popolazione mondiale) che vivono fuori dal loro paese di origine. Tra il 2000 e il 2005, le regioni maggiormente sviluppate hanno ricevuto 13,1 milioni di migranti. Le conseguenze economiche, sociali e politiche di questi movimenti sono diventate una delle questioni centrali nelle agende dei governi di quei paesi che hanno accolto massicci influssi di migranti”

L'altro processo demografico – l'invecchiamento delle popolazioni – ha un altrettanto diretto rapporto con il futuro dei sistemi di welfare, dal momento che le proiezioni più accreditate predicono che “entro il 2050 il numero di persone al mondo di età superiore ai 60 anni – attualmente intorno al 700 milioni – raggiungerà i 2 miliardi. Quando ciò avverrà, la popolazione anziana avrà superato quella dei bambini sotto i 14 anni per la prima volta nella storia dell'umanità”.
Secondo una delle analisi del Social Watch, le conseguenze non sono necessariamente negative, ma si apre una “finestra demografica di opportunità” o “bonus demografico”, dal momento che “l'incremento della popolazione in età da lavoro dovrebbe avere conseguenze positive per l'economia, non solo grazie alla crescita del PIL, ma anche per una maggior raccolta fiscale.

Per il rapporto italiano, “il bisogno di una riforma radicale del sistema pensionistico pubblico a causa della sua insostenibilità finanziaria è una questione che ha cominciato ad avere risonanza negli anni 90. Ci sono essenzialmente tre fattori usati come prova di questa necessità: sbilanci seri ed eccessivi per INPS, l'invecchiamento della popolazione e il pensionamento a breve della cosiddetta “baby boom generation”.  Tutti questi fattori servono per giustificare la riduzione dei benefici garantiti dal sistema pubblico e il passaggio a un sistema pensionistico privato.” In pratica, afferma il rapporto, ciò implica l'abbandono di un sistema basato sul principio della solidarietà intergenerazionale dove i lavoratori attivi pagano per le pensioni dei lavoratori in pensione, che hanno contribuito alla loro crescita, educazione e che hanno costruito le infrastrutture esseniali per il loro lavoro. “La riforma ha ridotto il sistema di pensionamento pubblico per le generazioni successive a un trasferimento di sicurezza sociale principalmente per evitare la povertà estrema nella popolazione anziana.”

Sempre il rapporto italiano affronta anche la questione del mercato del lavoro e delle nuove forme di contratto introdotte nel 2003, che “hanno lasciato senza rete di protezione sociale i lavoratori con contratti atipici, con il risultato di un innalzamento della precarietà e della flessibilità. I benefici per i disoccupati in Italia sono sotto il 10% rispetto a un salario medio, mentre nel resto d'Europa il rapporto medio è del 18% per l'EU-15 e 15% per l'EU-25.

Se si osserva poi la questione della sicurezza sociale dal punto di vista delle politiche di genere, il Social Watch offre una lettura solitamente poco considerata: “poiché il lavoro domestico non pagato delle donne conta poco nel sistema pensionistico pubblico e nulla negli schemi di gestione privati, oltre tre quarti degli anziani poveri sono donne. Inoltre, il lavoro di cura delle donne per altri membri della famiglia continua spesso fino ad età avanzata, quando si devono prendere cura dei mariti, dei nipoti e dei malati.”

Dal rapporto dagli Stati Uniti, si apprende che la questione di politica pubblica più dibattuta nel paese – dopo la guerra in Iraq – è la mancanza di un sistema di protezione della salute universale.  Soprattutto “le minoranze di origine afro-americana, ispanica, i poveri e le donne soffrono maggiormente nell'attuale sistema sanitario. Il reddito più basso di questi gruppi (al momento dello studio, il 47% tra gli ispanici adulti attivi e il 44% degli afro-americani adulti attivi sono al di sotto della soglia di povertà) li rende meno atti a ricevere assistenza sanitaria pubblica o a potersela permettere a proprie spese.

Tutti i sistemi di sicurezza sociali dovrebbero essere basati su principi fondamentali accettati a livello internazionalee, tra cui benefici sicuri e non discriminatori, trasparenza e buona amministrazione, afferma il rapporto. “I difensori del sistema di solidarietà pubblica sostengono che il modello privatistico della Banca Mondiale segue politiche basate su analisi di parte e ricerche selettive, è più incline a sbalzi finanziari e spesso non offre una copertura completa.”
Secondo una delle analisi, inoltre, l'uso sempre più spinto da parte dei fondi di pensione privati dei risparmi di pensione per attività speculative come gli investimenti in venture capital fund e hedge fund, è motivo di preoccupazione sia per l'alto livello di instabilità dei mercati finanziari, l'alto rischio e l'assenza di regolamentazione per questo tipo di fondi, sia perché gli affiliati non partecipano ai processi decisionali che determinano dove vengono investiti i loro risparmi. Casi particolari sono illustrati, dal Messico al Salvador, dalla Colombia all'Ungheria.

Il rapporto Social Watch osserva come questi modelli sono applicati in scenari differenti.  Mentre in un modello – quello in cui il rischio passa all'individuo e determina la qualità dei benefici – il ruolo dello stato è secondario o al massimo è di “supervisione”, nell'altro modello – quello pubblico-solidaristico – lo stato è l'attore principale.

“Serve un nuovo patto sociale a livello nazionale e globale per bilanciare i diritti individuali e i diritti sociali riconosciuti universalmente, così come regole globali con uno spazio nazionale in cui il dibattito democratico dà forma alle priorità di ogni paese”, dice Bissio. La grande sfida, secondo il rapporto, è di raggiungere un equilibrio tra la giustizia sociale e la sostenibilità economica dei sistemi di sicurezza sociale, inclusi i casi dove ci sono grosse limitazioni finanziarie.

Vi è inoltre una correlazione tra la protezione sociale e l'inclusione sociale, dato che per sostenere un alto livello di politiche di protezione sociale universale, i governi devono promuovere il pieno impiego e ricevere le tasse e i contributi che ne derivono. Ma – conclude il rapporto – per garantire il diritto universale alla sicurezza sociale occorre mettere fine ai paradisi fiscali che promuovono la corruzione e l'evasione fiscale e generano uno stato costante di insicurezza soprattutto per i paesi impoveriti.

 
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