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Ore contate per i paradisi fiscali Stampa E-mail
Stando al racconto fatto da giornali e TV, al G-20 si tratteranno temi fondamentali, forse si porranno addirittura le basi per l'economia e la società del futuro. Vista la situazione, è inevitabile che sarà così, e consola sapere che le danze sono in gran parte in mano a persone di tradizione differente ma dotati (almeno così pare) di grande lungimiranza e razionalità, come il Presidente Obama, il Presidente Sarkozy, il Cancelliere Merkel.

In questo quadro, i media italiani sembrano voler alimentare l'idea di una discrepanza di opinioni. Si ipotizzano due assi in qualche misura contrapposti: quello anglo-americano da una parte e quello franco-tedesco dall'altro. Da notare che l'Italia è sempre debitamente tenuta fuori da questi giochi. Noi restiamo con "l'amico Putin" o con "l'amico Geddhafi", che è poi ciò che ci meritiamo, visti i nostri leader.

Al centro della discussione in atto c'è la necessità di dotare mercati e finanza di regole condivise e maggiormente efficaci, ispirate a un'etica economica rinnovata, che superi i tabu liberisti, quelli che hanno portato alla crisi attuale, per dirigersi gradualmente (ma non troppo) verso un contesto dove lo sviluppo economico si realizzi coordinandosi con democrazia e libertà diffuse, e non a prescindere (o a detrimento) di esse. Sembra aleggiare sul vertice, insomma, ciò che economisti illuminati come Amartya Sen stanno predicando da anni con efficacia nei totem dell'economia liberista come la Banca Mondiale o il FMI.

Un annuncio di questo atteggiamento c'è già nel rapporto 2008 "Social Watch" (liberamente scaricabile qui), dove si rileva che un elemento chiave per uno sviluppo più equo è la trasparenza delle transazioni. "Circa il 60% del commercio mondiale", dice il rapporto, "è costituito da trasferimenti interni tra multinazionali, e i prezzi a cui vengono registrati tali trasferimenti sono manipolati dalle stesse aziende per ridurre al minimo l'esposizione fiscale". E le multinazionali non hanno l'obbligo di pubblicare i dati delle transazioni proprio perché nessuna iniziativa a favore della trasparenza nelle operazioni commerciali e finanziarie è mai stata condotta in porto.

Il Social Watch riporta dati sul volume finanziario occultato realmente impressionanti. Riprendendo dati della Banca Mondiale, ad esempio, riferisce che tra i 1.000 e i 1.600 miliardi di dollari ogni anno attraversano illegalmente (sottraendosi cioè al fisco) le frontiere.  Ciò è stato possibile grazie alla strenua opposizione contro la trasparenza da parte di paesi, come Austria, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito, Singapore, sotto la salda guida degli USA. In quest'ultimo paese però il vento sembra essere decisamente cambiato.

Nel maggio 2008, prima ancora di diventare Presidente, l'allora Senatore Barack Obama, insieme ai colleghi Carl Levin (Michigan, del Partito democratico) e Norm Coleman (Minnesota, Repubblicano), hanno presentato un progetto di legge con l'obiettivo di limitare il segreto finanziario negli USA. Da Presidente eletto, poi, Obama ha proseguito sulla linea, e il progetto di legge, riporta il rapporto Social Watch: "sta nettamente cambiando il clima politico americano, in mezzo ad un vortice di indagini giornalistiche sull'elusione fiscale da parte di appaltatori privati del Ministero della Difesa del Governo Bush".

Ma non c'è solo questo. Sempre dal rapporto Social Watch: "Il Tax Justice Network e il Global Financial Integrity Program con sede a Washington stanno conducendo un nuovo progetto pluriennale di ricerca finanziato dalla Ford Foundation, che per la prima volta svelerà e descriverà dettagliatamente in tutta la sua ampiezza, l'infrastruttura mondiale dei paesi con segreto bancario".

Gli USA di Obama sembrano quindi aver davvero cambiato rotta. Ha poco fondamento quindi rappresentare quello internazionale come un "fronte diviso", con Francia e Germania da una parte a sostenere una maggiore etica nell'economia e negli affari, contro il fronte anglo-americano cinicamente arroccato su una posizione temporeggiatrice. Non è così e non può essere così. Merkel e Sarkozy, come fa notare il Washington post, hanno solo richiamato gli USA a una maggiore responsabilità nella crisi corrente, responsabilità che Obama si è guardato bene dal negare, estendendola anzi al troppo "vorace" consumatore americano. La crisi è partita dagli Stati Uniti, non dall'Europa, questo è pacifico, e se ne terrà conto nella distribuzione delle responsabilità. La ma volontà di tutti a cooperare per nuove regole, perché non accada più, sembra emergere in modo ben più palese dei punti di divergenza.

Perché dunque i nostri media spacciano una divisione che non c'è? Forse perché buona parte di loro sono di proprietà di cordate bancarie, che tutto hanno da perdere da un accordo internazionale contro l'occultamento e a favore della trasparenza? Quale che sia il motivo, la determinazione che emerge ad ogni livello, tra i paesi leader mondiali (l'Italia, questa Italia, ovviamente non è compresa nel novero), sembra reale, e ispira solo ottimismo.

http://ilfuturnauta.blogspot.com/2009/04/ore-contate-per-i-paradisi-fiscali-ma-i.html

 
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