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Paradisi fiscali Stampa E-mail
E' uscita la seconda scheda della serie "Capire la Finanza" a cura di Andrea Baranes, per la Fondazione culturale responsabilità etica e la Campagna Riforma della Banca Mondiale.

Di agile lettura e ricca di esempi, questa pubblicazione affronta i Paradisi Fiscali spiegando cosa sono, quali sono i principali meccanismi di funzionamento, gli impatti nel Sud e nel Nord del mondo e cosa sta facendo la comunità internazionale.  Seguono alcune proposte delle reti di società civile che si occupano di finanza e una serie di riferimenti biografici.

 

La definizione di paradiso fiscale va al di là della questione di mera evasione fiscale ed un caso esemplare lo fornisce la LIberia: "La Liberia, uno degli Stati più poveri al mondo e con una popolazione di 4 milioni di abitanti ha la più grande flotta di petroliere al mondo. A seguito di diversi disastri ambientali, la comunità internazionale ha adottato una convenzione che prevede l’obbligo del doppio scafo per le grandi petroliere, in modo da limitare il rischio di sversamenti in mare a seguito di incidenti. La Liberia non ha ratificato tale convenzione, il che ha portato le maggiori imprese del settore a registrare in nel Paese africano le navi che non soddisfano i requisiti minimi di sicurezza previsti dalla normativa internazionale. Il risultato si riassume in maggiori profitti per l’industria petrolifera ed enormi rischi per il nostro pianeta."

 

Gli impatti, insomma, sono potenzialmente devastanti e il fenomeno è in rapida crescita. "Secondo l’Economist, nel 1990 le imprese multinazionali erano 37 mila con 175 mila filiali (ovvero un rapporto di meno di 5 filiali per impresa). Nel 2003, queste cifre erano cresciute rispettivamente a 64 mila e 875 mila (con un rapporto cresciuto a oltre 13 filiali per impresa). Al momento del fallimento la Enron aveva 692 compagnie registrate nelle sole Isole Cayman. Secondo il Senato degli USA sarebbero necessari dieci anni di indagini per districare la matassa societaria messa su dalla stessa Enron."

Se è difficile valutare l'entità e la dimensione del fenomeno, in futuro lo sarà ancora di più: "le compagnie offshore vengono create a un
ritmo di 150 mila l’anno, e sono a milioni in tutto il mondo. Questo senza contare organismi quali i trust offshore e le fondazioni che non hanno obbligo di registrazione e sui quali non c’è modo di fornire una stima, che potrebbe in ogni modo aggirarsi nell’ordine delle decine di milioni."

Tra i meccanismi perversi più comuni c'è quello del transfer pricing: "Secondo l’OCSE, circa i due terzi del commercio internazionale si svolge si svolge all’interno delle imprese e riguarda transazioni tra diverse filiali o sussidiarie di imprese transnazionali, mentre solo un terzo riguarda le vera e propria vendita di prodotti o servizi sul mercato. In altre parole, la maggior parte delle operazioni di import-export si svolgono tra due sussidiarie di una stessa impresa multinazionale: una filiale compra o vende dei prodotti a un’altra filiale in un Paese diverso."  Per esempio:  "Negli scorsi anni sono state registrate esportazioni di succo di mela a 1.012 dollari al litro, di secchi di plastica a 725 dollari al pezzo, di spazzolini da denti venduti a 5.600 dollari l’uno."

Naturalmente - ma occorre comunque metterlo in evidenza - "gli impatti maggiori ricadono ancora una volta sui Paesi più poveri che non hanno la forza economica per opporsi ai veri e propri ricatti fiscali delle grandi imprese transnazionali."  E mentre la comunità internazionale fa annunci e a parole combatte i paradisi fiscali, ma non dà seguito a quanto dichiara, "molte reti della società civile interazionale vedono il processo che si sta portando avanti in sede ONU sulla riforma del sistema finanziario internazionale come l’unico legittimo [...] rispetto alle riunioni esclusive
dei vari G8, G20."

E' possibile scaricare il rapporto dal sito della Fondazione
 
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