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Migranti, la prospettiva europea E-mail

Di Sara Ciorli e Giulio Sensi [Mani Tese]*

I motivi che oggi portano le persone a raggiungere l’Europa via aereo, barca, treno o a piedi sono gli stessi che decenni fa hanno portato milioni di europei a migrare verso le Americhe e l'Oceania. Da questo assunto prende avvio il rapporto Europeo Social Watch 2009 dal titolo “Migranti in Europa come attori di sviluppo, tra speranza e vulnerabilità”. Obiettivo dell’indagine è fotografare la tendenza in atto in materia di immigrazione, illustrare come i Paesi dell'Unione Europea fanno fronte al gran numero di persone che quotidianamente tentano di varcare le sue frontiere, quali sono le finalità delle politiche in atto e la loro coerenza con il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio e con la difesa dei Diritti Umani di cui l'Europa si fa porta bandiera sia dentro che fuori i suoi confini.

Migranti soggetti di sviluppo?
Da un lato è oramai assodata la tesi che l'immigrazione porti benefici sia ai paesi di provenienza che a quelli di destinazione, oltre che ai migranti stessi, tramite soprattutto il meccanismo delle rimesse che rappresenta una delle principali voci di flussi di denaro fra Nord e Sud del mondo (vedi Manitese n° 465). Dall'altra parte appare evidente che oggi le politiche dell'Unione hanno come obiettivo principale quello di controllare e prevenire l'immigrazione. Dopo l'11 settembre c'è stato un radicale cambiamento nelle politiche europee. Non si è più parlato di cooperazione allo sviluppo con paesi terzi finalizzata allo sradicamento delle cause delle migrazioni, anzi le misure adottate da allora in avanti hanno avuto una nuova serie di priorità, prima di tutti la sicurezza. Sono state modificate procedure riguardanti il diritto d'asilo e il ricongiungimento familiare, inoltre la gestione delle frontiere è diventato lo strumento principale per gestire l’immigrazione. La Commissione Europea ha cominciato a negoziare accordi di riammissione con Albania, Algeria, Cina, Turchia, paesi africani e ACP (Africa, Caraibi e Pacifico), affinché si impegnassero a riammettere i loro cittadini o le persone che avevano transitato sul proprio territorio durante il viaggio verso l'Europa.


Le politiche di “sicurezza” non portano sviluppo
Come sottolinea Peter Verhaeghe di Caritas Europa, l'aumento dei controlli e la lotta contro l'immigrazione irregolare non serve né allo sviluppo né al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. Far dipendere gli aiuti ai paesi terzi dalla loro cooperazione nel controllo dei flussi migratori diventa un mero strumento per le politiche europee in materia di immigrazione. In Francia ad esempio, il governo utilizza parte del bilancio dell'aiuto allo sviluppo (Official Develpment Assistence, ODA) per combattere l'immigrazione illegale, una pratica criticabile perché il modello francese non solo non frenerà i flussi migratori, ma, facendo pressione sui paesi di origine e transito affinché inaspriscano i controlli, aumenterà le possibilità di violazione dei diritti umani, soprattutto di donne e bambini.


Il vulnus delle detenzioni illegali

La detenzione di migranti senza documenti e di richiedenti asilo è un altro problema allarmante. Persone il cui crimine è quello di cercare migliori condizioni di vita o di scappare da persecuzioni si ritrovano private della propria libertà per anche più di 18 mesi come denuncia il Rapporto del Social Watch. Si pensi, ad esempio, alle politiche di detenzione immediata adottate da Malta, o al caso della Spagna. Nel 2006, sono arrivati sulle coste delle isole Canarie 38.678 migranti africani ed asiatici. Da allora, anche per il peso che i media hanno dato al fenomeno, l'Unione Europea e il Governo spagnolo hanno intensificato gli accordi con alcuni paesi africani, tra gli altri Senegal e Mauritania. Queste misure hanno ridotto i numeri dei flussi: solo 9.181 persone sono arrivate nelle Canarie nel 2008, ma da più parti giunge la denuncia di tale forma di esternalizzazione del controllo sull'immigrazione come nel caso del campo di Nouadhibou in Mauritania. Costruito nel 2006 da membri dell'esercito spagnolo con i fondi dell'Agenzia Spagnola per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo (AECID), questo centro detiene persone sotto stretta sorveglianza all'interno di una struttura inadeguata (una vecchia scuola riadattata). Secondo l'inchiesta, condotta dalla Commissione Spagnola per l'Aiuto ai Rifugiati (CEAR), la maggior parte dei detenuti intervistati non ha ricevuto assistenza legale o servizi di mediazione linguistica durante la propria detenzione. Gli ufficiali mauritani in servizio presso la struttura affermano di svolgere solo il proprio lavoro secondo le richieste del Governo Spagnolo, e non si considerano responsabili per la situazione. Se da un lato dalle interviste del rapporto del CEAR emerge che le persone vengono trattenute nel centro per un massimo di 15 giorni, dall'altra opinione diffusa è che una volta espulse dalla Mauritania tentino di nuovo di rientrare.


Cervelli sprecati, braccia da sfruttare
Un'altra critica riguarda il criterio di ammissione dei migranti. In Belgio il Ministro delle Migrazioni ha indicato con chiarezza come l'entrata dipenda delle esigenze del mercato del lavoro belga: “dobbiamo individuare e scegliere immigrati “utili”, e restringere l'arrivo di migranti che dipendano da sussidi sociali”. A proposito di “accoglienza”, il Rapporto Social Watch mette sotto accusa il “brain waste”, l'impiego di migranti altamente qualificati per mansioni di basso grado, che è anche  “brain drain”,  fuga di cervelli dal Sud del mondo. L'apertura dell'Europa a migranti altamente qualificati in base alle necessità del proprio mercato del lavoro non necessariamente beneficia i paesi di origine. Ad esempio l'ammissione di personale medico straniero altamente qualificato può mettere a repentaglio l'assistenza medica nel paese di origine e quindi remare contro il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio in campo sanitario. I trattamenti economici sono poi iniqui: in Grecia il salario medio di un lavoratore straniero è per il 28% più basso rispetto a quello di uno greco, nel settore delle costruzioni la differenza arriva anche al 35%.


L’aumento della xenofobia
I migranti, che per la maggior parte lavorano in condizioni disagevoli, senza sicurezze ed assistenza, danno un importante contributo all'economia europea. Nonostante questo sono spesso visti in Europa maniera negativa: “rubano il lavoro”, “portano insicurezza”, “minacciano la coesione culturale e sociale”. Le conseguenze sono razzismo e xenofobia. Si pensi a Malta dove i partiti di destra si sono rafforzati: la popolazione non vuole i migranti che passano per la posizione geografica particolare. In Olanda, nazione multiculturale per eccellenza, le migrazioni e l'integrazione continuano ad essere un argomento caldo come dimostrano anche le ultime vicende elettorali. Ma secondo il Social Watch “i migranti accrescono la diversità e il dinamismo europeo”. I problemi migratori che l'Unione si trova a fronteggiare sono risultato dello squilibrio che esiste tra essa e molti paesi confinanti o oltre confine. Solo lavorando sulle cause che spingono così tante persone a migrare si può arrivare a una soluzione in grado di rispettare, garantire e promuovere i diritti umani di tutti.


Fonte: numero 466 della Rivista Manitese, pag 4-5.  [ Scarica la rivista in pdf ]