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La crisi economica allontana gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e aumenta la disuguaglianza.
La denuncia dell'ultimo rapporto del Social Watch “People First”

Roma, 9 febbraio 2010 – Lo tsunami della crisi economica si sta abbattendo sui paesi che meno hanno
contribuito a scatenarla. A questo ritmo, l'obiettivo di sradicare la fame e la povertà entro il 2015 rischia di
rimanere un miraggio per la maggior parte dei paesi nel mondo. Lo denuncia la rete internazionale Social
Watch nel rapporto “People First” diffuso oggi. “Studiando l'impatto sociale della crisi a livello internazionale,
emerge che a pagarne le conseguenze più dure sono i paesi impoveriti e le persone più vulnerabili, molte delle
quali sono nuovi poveri”, afferma Jason Nardi, portavoce del Social Watch Italia. “Fra le prime vittime del
crollo dei mercati finanziari vi sono i più poveri che, spendendo dal 50 all’80% del loro reddito in beni
alimentari, risentono maggiormente dell'aumento del costo delle derrate agricole. Ma anche le donne, spesso
impiegate in lavori precari o a cottimo, con minori salari e più bassi livelli di tutela sociale”.
Tramite l’Indice delle Capacità di Base (BCI), il rapporto analizza lo stato di salute e il livello
dell’istruzione elementare di ciascun paese. I risultati sono preoccupanti: al 2009, quasi la metà dei
paesi analizzati (42,1%) ha un valore dell'Indice BCI basso, molto basso o critico. La maggioranza
della popolazione mondiale vive in paesi in cui i principali indicatori sociali sono immobili o progrediscono
troppo lentamente per raggiungere un livello di vita accettabile nel prossimo decennio. “Le cifre rivelano una
situazione di disuguaglianza drammatica in tutto il mondo, sebbene i dati elaborati si riferiscano a un periodo in
cui la crisi economica doveva ancora produrre i suoi effetti più profondi”, afferma Jason Nardi. “La crisi
finanziaria offre un'opportunità storica per ripensare i processi decisionali in politica economica attraverso un
approccio basato sui diritti umani”.

Il BCI è un indice alternativo che definisce la povertà non in termini di reddito, ma in base alla possibilità di
godere di alcuni diritti fondamentali. In particolare, l’indice è costruito attraverso l'analisi di alcuni fattori
determinanti per lo sviluppo di un paese: la percentuale di bambini che arriva alla quinta elementare, la
sopravvivenza fino ai cinque anni di età e la percentuale di nascite assistite da personale qualificato. A livello
mondiale, emerge che nel 18% dei paesi è in atto una regressione in alcuni casi accelerata. Tra questi, il 41%
fa parte dell’Africa subsahariana. Un dato preoccupante per una regione che già in precedenza registrava i
valori più bassi. L'Asia meridionale sta invece progredendo rapidamente, pur partendo da valori molto bassi,
mentre in America Latina e nei Caraibi non si registrano miglioramenti. Al ritmo di sviluppo attuale, solo
Europa e Nord America potrebbero raggiungere entro il 2015 valori accettabili dell'indice. Ciò significa che, in
mancanza di cambiamenti sostanziali, per tale data gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio concordati a
livello internazionale non verranno raggiunti.

Lo scenario desta ancor più preoccupazione se si considera che solo Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda e
Lussemburgo hanno rispettato gli obiettivi delle Nazioni Unite, destinando almeno lo 0,7% del Pil all’Aiuto
Pubblico allo Sviluppo (Aps). Nonostante le ripetute promesse del nostro governo, si prevede che l'Aiuto
Pubblico allo Sviluppo in Italia subirà un drammatico taglio, scendendo dallo 0,2% del PIL a meno dello
0,17%. Al pari della Grecia e di poco al di sopra della Repubblica Ceca, l'Italia si ritrova così agli ultimi posti tra
i paesi industrializzati.

Per ulteriori informazioni:
Gabriele Carchella - 320.4777895 - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
www.socialwatch.it
 
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